Dolce Sonno Eterno di Natale Mirafiori

Sia come sia, la pandemia di COVID-19è entrata nel paese il 31 gennaio 2020, a portator di sventura quando due turisti provenienti dalla Cina sono risultati positivi al Virus. Il 18 febbraio 2020 un cremonese di 38 anni che non si era mai recato in Cina si presentò all’ospedale civico di Codogno dopo sintomi di influenza, identificata come una leggera polmonite. Ritornato per la seconda volta al pronto soccorso, al peggioramento delle sue condizioni, il 20 febbraio l’anestesista Annalisa Malara decise di eseguire il tampone diagnostico non ancora previsto dai protocolli sanitari. Fatto ritorno di nuovo a casa, poco dopo si ammalò anche sua moglie; venne portata allo spedale e dopo pochi giorni risultarono confermati altri sedici casi (quattordici in Lombardia, due in Veneto). Dopo questi episodi, vennero eseguiti verifiche e controlli approfonditi su tutte le persone state in contatto o nelle vicinanze dei soggetti infetti. I responsabili sanitari della Regione Lombardia e Veneto si misero in allerta e subito iniziarono a prendere i primi provvedimenti.  Il governo centrale aveva preso il fatto sotto gamba, credendo fosse solo un’influenza, ma il numero dei decessi aumentava. Solo con l’inizio del mese di marzo furono presi i primi provvedimenti, anche se blandi, mentre da più città le persone s’ammalavano; alcune morivano, dopo poco tempo, di manifesto contagio.

Nel breve i decessi furono tanti che non c’era posto a sufficienza per seppellirli all’ombra dei pini e dentro i loculi. 

L’unico conforto fu dato dal pianto di chi è stato amato rimasto in terra, e forse il sonno dell’eterno sarà meno duro. 

Alto è il remigio dell’amato sole che da lassù si può ammirare e dolce per lui è quel nonio vino, e dolce sole. Che aduna, e infiora la tua riva manca. Manca per me la terra che mai più con le tue mani non fecondi di piante, fiori e l’erba per la tua famiglia e gli animali nella stalla. Non ascolterai più le tante vaghe lusinghe degli amici e davanti a me non danzeranno più le ore e le lusinghe future, né da te, dolce amico, udrò più il verso e la maestosa armonia che ha sempre alimentato l’allegria, né più mi parlerai delle dolci fanciulle e dell’Amore, unico spirto alla raminga vita. E così il tempo passa senza osservar alcuna fata! E senza il sole negli oc­chi, di un dolce viso la vita non ha più alcuna dolcezza. Che faranno i miei occhi, senza poter contemplare un sole immacolato. Quale fosse il conforto alle perdite di quei cari che distinguevano le ossa le une dall’altre, dove quell’invisibile male sceso in terra a seminar morte?

È ben vero che il malanno non distingueva malfattori da gentiluomini. Anche l’ultima speranza si infrangeva dinanzi a esso, l’ultima Dea cercava di fuggir da quel dolce sonno eterno; coinvolgeva ogni cosa l’oblio nella sua notte; una forza operosa le affaticava di moto in moto; l’uomo e le sue tombe, le estreme sembianze e le reliquie della terra e del cielo che traveste il tempo.

Gli esperti di malattie infettive, i virologi chiedevano più attenzione per la sanità, imploravano cooperazione, ma ottenevano poco o niente. E, nel Ministero stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come affermano più volte gli esperti, e come appare ancor meglio da tutto il contesto, dei vari studiosi che, persuasi della gravità e dell’imminenza del pericolo, stimolavano quei corpi. Si era già visto come, al primo annuncio della pandemia, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa. Quelle grida per le bullette, risolute il 31 gennaio e il 18 febbraio, non furono stese che il 4 marzo del mese seguente, con decreto, ma il Virus era già entrato facendo molteplici danni in tutto il nord Italia, continuando la sua corsa, infettando tutta la penisola e il mondo intero.

Ma perché non si è intervenuti prima che il tempo portasse a sé il mortale Virus per l’invidia o l’ottimistica illusione che, spenta la prima ondata infettiva, si potesse limitare ogni danno. Non vive forse l’arroganza sotterranea dell’uomo che possa fermare la natura senza nulla fare, anche se quel malanno al momento è stato sotterrato. E celeste può sembrare questa corrispondenza d’amorosi sensi, ma non fin quando non sarà trovata una cura che può cambiare l’armonia del giorno, che può dare ai sensi e all’animo un’impressione di lieve dolcezza o profumo, nella mente di chi è preposto a curarne il corpo. E non affidarsi al celeste in una sua corrispondenza d’amorosa guarigione. 

La celeste dote è negli umani; e spesso per lei si vive con l’amico estinto che è in noi, e quando la pia terra che raccoglie ogni uomo e infante e lo nutre come fosse nel grembo materno ultimo diritto di asilo porgendogli, le sacre reliquie per non essere oltraggiato da nube scure e da un’incompetente e sciocca persona, in nome di quell’albero in fiori dell’adorata amico/a e le ceneri buttate al vento come molli ombre a consolarli.

Solo chi non lascia alcuna eredità d’affetti porta con sé poca gioia nell’urna con le sue ceneri; e se pur brama dopo le esequie, errando vede il suo spirto fra il compianto dei templi recuperare, o ritrovarsi sotto le grandi ali del perdono che l’Onnipotente le ha riservato: ma la sua polvere lascia a chi non ha saputo curare il proprio corpo una deserta zolla di terra ove né uomo probo né donna innamorata possano pregare, e neppure un passeggero solitario possa udire il suo sospiro, che dal tumulo a chi resta manda natura.

Anche se nuove leggi impongono al dolce sonno eterno il furore di grandi e pietosi pianti, che nel nome di quei morti contende. E senza una tomba giace il suo corpo e neppure un sacerdote, o la sua musa che cantando nel suo povero tetto educò l’alloro del lungo amore, che sa attendere e corona; e lui gli ornava il viso col suo sorriso e canti italici frizzanti e con cui solo è dolce ululato nel buio che dagli antri dei fiumi, laghi, sole e vento lo fecero d’ozi beato fra astanti e vivande.

O mia bella Musa, dove ti sei nascosta, dove sei tu? Non sento soffiare il vento, con il profumo delle rose, che è rivelatore del tuo nome, fra tutti questi fiori dove adesso io risiedo e sospiro non è più il mio tetto materno. Dove tu venivi e mi sorridevi sotto il salice piangente fiorito color di rosa, con quei dimessi rami calanti fremendo e coprendo, o mia Dea, l’urna con le mie ceneri, in cui calma e cortese era l’ombra.

Forse tu, fra tanti villani, hai dimenticato l’eleganza di chi ti stava accanto, e con tumuli guardi che vagano, ove dorma il sacro capo del tuo perduto amore. Ma io non posso più sentir raspare fra le macerie e i bronchi la vecchia cagna vagare sulle fameliche fosse ululando; e uscir da un vecchio coperchio qualcosa che la spaventava, ove fuggiva sotto lo sguardo della luna, quando l’uccello farfalla svolazzava per superar le croci sparse per la lugubre campagna, e l’immonda colpa dal luttuoso singhiozzo i raggi di cui son piene le stelle alle obbligatorie sepolture.

Dove inutilmente il tuo poeta, o mia Dea, preghi in lacrime che ti solcano il viso dalla squallida notte. Sai, mia Dea, sugli estinti non sorge più alcun fiore dove non vi è più umana Lode a onorar il tuo amoroso pianto.

Nelle case di riposo, dove molti vecchi erano stati parcheggiati per il Dio della libertà che i figli reclamano dopo la fatica fatta per far vivere loro una vita agiata lontano da stenti e tribolazioni, ogni giorno ci si ammalava e si veniva decimati. Quantunque fosse un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi insomma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal Ministero della Sanità giacché, fin dai primi momenti, c’era stata ogni sorta di confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza dei serventi.

Nessuna tradizione serba memoria, in nessun luogo, di un così selvaggio male e di una massa così ampia di morti. I medici, gli infermieri pur lavorando alacremente nulla potevano per fronteggiare questo morbo ignoto, che tentavano di curare per la prima volta. Ne furono anzi le vittime più frequenti, poiché si trovarono a lottare contro un nemico invisibile, a mani nude, senza protezione e con facilità esposti ai contatti con i malati. Ogni altra scienza o arte umana non poteva lottare contro il contagio. Le suppliche rivolte agli altari, il ricorso agli oracoli e ad altri simili rimedi riuscirono completamente inefficaci: desistettero infine da ogni tentativo e giacquero, soverchiati dal male. Dopo mesi di indagine, si venne a saper che comparve per la prima volta in Cina, e da lì si diffuse in tutto il mondo, trasportato da uomini inconsapevoli di aver contratto quel Virus, manifestandosi dopo alcuni giorni, abbattendosi fulmineo e attaccando per primi i più deboli.

Nei primi momenti molto contribuì anche nel pubblico quella caparbietà di negar quel nemico invisibile che di mano in mano si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo qualche tempo rimasto solamente tra i più deboli e vecchi, cominciò a toccar persone più sane e conosciute, come politici, ed altri ben introdotti nel tessuto sociale.

Eppur già in un lontano passato si era verificata una pandemia devastante. Fu quella che dilagò intorno alla metà del quattordicesimo secolo, che è nota come Peste Nera e fu considerata la seconda dopo quella di Giustiniano. Importata dal nord della Cina attraverso l’Impero Mongolo, si diffuse in Italia e in tutto il mondo facendo milioni di vittime in tutto l’universo, sterminando quasi un terzo della popolazione e pare che questo Virus non sia meno pericolo, ma gli addetti dalla storia non han la memoria e non gli danno peso. 

Un giorno il Presidente del Consiglio, insieme al Ministro della Sanità, dette una speranza a chi aveva contratto quel male invisibile e si guardò con rispetto a quel focolaio infettivo dando alla umana belva un nome e cercando un rimedio per combatterlo, affinché le persone infettate potessero avere pietà di sé stesse e del manchevole ritardo con cui si era intervenuti togliendo a quelle inermi persone la possibilità di continuare a vivere. Levando a quella bestia i miserandi avanzi che la natura aveva creato per durare a lungo falcidiando le migliori menti di un nostro recente passato. 

Dando e quei miseri corpi falcidiati la testimonianza di farsi Eramo e tombe, senza lasciare i figli nello sgomento. Ordinando ai responsabili e agli addetti alla loro cura i risultati della loro patologia, ma ne fu tenuto conto? Si è continuato a nascondere, come si fa nascondendo la polvere sotto il tappeto degli avi con il giuramento religioso che con diversi riti cambia la virtù e la pietà congiunta traducendo ordine e danno.

La peste nel 1720 replicò e allora, come adesso, chi caricava i poveri corpi sui carri trainati da buoi per seppellirli in fosse comune e per non infettarsi si copriva la bocca e il naso con panno. Adesso che siamo invasi dalla modernità ci si copre il naso e la bocca con la mascherina, facendo arricchire qualcuno, mentre i poveri resti vengono messi nelle bare e trasportati con camion dell’esercito verso forni crematori. Ora come allora senza che si potesse dare un ultimo saluto ai propri cari. 

Non sempre i sassi delle tombe di poveri malcapitati condannati al dolce sonno eterno han templi decorati; né gl’incensi che avvolgono quei cadaveri il lezzo supplichevole ma contaminato; né le città furono rappresentare con effigie ma soltanto scheletri: che le madri balzano dai loro sonni esterrefatte, e tendono le  braccia nude sull’amato capo del lor caro congiunto, averli raggiunti nel loro dolce sonno eterno, onde non desti il gemer lungo di persona morta chiedendo la venale Preghiera agli eredi nel santuario. Ma pini e cedri di intenso profumo trasportati dal vento impregnando l’aria e distendendo perennemente quel verde sulle urne, per restare impressa perenne nella memoria; e preziosi vasi accolgono fiori e lacrime sacrificali. E chi si fermava a raccontar sue pene ai cari estinti e alimentar il fuoco della speranza veniva portato via con la forza da amici e parenti e restava il sole a illuminar la sotterranea notte, poiché gli occhi dell’uomo morente cercano sempre il sole. Poiché ogni uomo nell’ultimo sospiro cerca con lo sguardo la fuggente luce.

Le fontane versavano acque di purificazione, e nei vasi depositati dei fiori color amaranto educavano rose e viole sulla funebre zolla; e chi sedeva a sorseggiare al bar il nettare di latte o a raccontare le sue pene di cari estinti, una fragranza si sentiva intorno un’aura dorata dei beati nella loro dimora ultraterrena. La pietosa insana che fa cari gli orti dei suburbani e nei piccoli bacini, dove l’amore della perduta madre conduce le dolci e tenere fanciulle, ove clementi preghiere e i geni del ritorno al prode che tronca fa da trionfata nave del grande cipresso, si scavò la bara. E dove dorme il furore del nobile gesto e che sono i ministri del vivere civile, dove l’abbondanza e il tremore, inutile che pompa, inaugurando l’immagini dell’odiato Orco sorgendo cippi marmorei monumenti. Dove il villano, il probo, il dotto, il ricco, il patrizio ed il viandante dimorano, tutti allo stesso livello, senza più alcuna differenza, decorando la mente al bello tutta la penisola dell’amata Italia.   Nelle adulate regge ha sepoltura già vivo, e gli stemmi unica l’ode. Nell’albergo abbellito a festa per dolce sonno eterno, dove una volta la fortuna cessi dalle vendette, e l’amistà raccolga non dei tesori ereditati, ma caldi sensi di uguale dignità e libertà.

E che in quella notte solitaria, sopra le campagne inargentate ed acque, là il vento aleggia, e mille vaghi aspetti ingannevoli e abbietti si fanno ombre lontane nei bassi fondi; giunta al confine del cielo, dietro i monti, le colline, fiumi e valli che dall’infinito petto scende la luna; e si colora il mondo; spariscono le ombre, ed una oscurità la valle e il monte imbruna; cieca la notte resta, e intonando un mesta melodia, l’estremo albore del fuggente sole, che dinanzi lui ogni Re fugge, mentre lui senza far differenza, saluta il carrettiere sulla sua via, come fa lo stesso col magistrato o il dottore. In tal modo si dilegua, e tale lascia l’età mortale senza darsi pena della vecchiaia o della giovinezza.

Quel morbo così oscuro sempre in fuga a rincorrere le ombre dandogli le sembianze di dilettosi inganni; venendo meno ogni speranze, dove s’appoggia la mortale natura.

Molti sono i vecchi dalle membra stanche abbandonati, e oscura resta la loro vita.

Troppo poco felice e poco lieta sarà la loro misera sorte, se lo stato non smette di litigare.

L’immortale intelletto se si degna di trovare un estremo rimedio a quel male che sta punendo invisibile la vecchiezza, dove fosse incolume il desio, la speranza estinta, secche le fonti del piacer, le pene maggiori sempre, e non più dato il bene. Ma la vita è mortale, perciò si cercò di salvare il giovane e far morire il vecchio.

Dinanzi a tante cose belle un animo con una grande volontà accende le urne dei forti, o gentil signora; solo le belle e in salute fanno un prezioso dono alla terra che la riceve. Quando il pellegrino un monumento vide dove riposa il corpo di un grande che ha tempra e raffinatezza come fosse un regnante, e in gradi allori si fonda, ed alla gente si svela di quale lacrime gronda il suo sangue; e la tomba di colui che dall’Olimpo si alzò al celeste; e che vide sotto l’etereo padiglione optare su più universi, mentre il sole irradia immobile, dove la terra che di tanta bellezza si veste sgombrando ogni via verso il firmamento: e la tua anima beata grida di felicità per il favore che la vita ti dà, per il bagno ristoratore che dal suo tortuoso viaggio verso la valle fino al mare.  

Lieto tu sei alla luna che si veste di limpidissima luce, illuminando le colline per l’imminente festante vendemmia, e le valli popolate di case, di oliveti e di fiori profumati che trasportati dal maestrale nel cielo fa dondolare l’incenso: e tu che prima eri una città brulicante di gente, udivi la poesia che rallegrava l’ira di ogni fuggiasco, tu e i tuoi cari parenti restavate svegli di quell’amore a te negato restando nudi, con solo un velo candito ad adornare il suo corpo, restituivi il grembo a Venere Celeste; mai più nessuna musa celeste fu accolta con gloria da quando quel male aveva attraversato le Alpi e l’eterna Onnipotenza delle umane sorti, senza armi e sostanze invadeva la tua terra. Spegnendo ogni gloria e Intelletto, estinguendo quella luce che l’Italia a fatica aveva conquistato. Quindi trarresti gli auspici. E dinanzi a quei marmi spesso andarono a far visita moglie, madre e figli, ma non trovarono alcun corpo, non c’era più posto per le tante morti. Con camion dell’esercito vennero trasportati in forni crematori in altre città, senza darne notizie ai parenti. Lasciandoli senza un luogo dove spendere una lacrima, o solo una preghiera e un saluto, di augurio per un sereno e dolce sonno eterno.

Proprietà letteraria riservata. I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata, riprodotta o diffusa con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta.
Tutti i diritti riservati dell’autore Natale Mirafiori. Copyright © maggio2020
Questo racconto è un’opera di fantasia. Alcuni fatti sono reali presi dal quotidiano, altro frutto dell’immaginazione dell’autore usati in modo fittizio.

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